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Quando turisti e stereotipi viaggiano insieme…

Vacanze italiane

Gli italiani vanno in vacanza; tutti, o quasi, ad agosto. Anche se ogni anno sono sempre di più quelli che non possono permettersi un lungo periodo di ferie, le vacanze estive continuano a rappresentare per l’Italia un altro di quei tanti ‘tratti peculiari’ che distingue ancora oggi e, nonostante la globalizzazione dei costumi e dei modi di vita, l’italiano dal tedesco o dal francese, dal canadese o dal giapponese… Provate a fissare un appuntamento di lavoro in Italia ad agosto, o a programmare a fine luglio un’attività di carattere professionale: vi osserveranno come se foste dei matti, e gentilmente vi diranno “se ne parla a settembre”… Sí, anche il Brasile ha le sue lunghe vacanze estive, la sua lunga serie di ‘feriados’, anche qui si suole dire che “l’anno inizia dopo il carnevale”, ma nulla si compara al “chiuso per ferie” dell’agosto italiano e nessuna data è più sacra per i vacanzieri di tutto il mondo del ‘ferragosto’ italiano, data fatidica (il 15 agosto) quando l’Italia si ferma.

Gli italiani, dicevamo, vanno in vacanza. Sempre più all’estero, per non perdere le buone abitudini di un popolo di navigatori e viaggiatori da sempre, e – non a caso – protagonista di migrazioni memorabili.

Il Brasile negli ultimi anni è entrato a far parte del ristretto numero di mete preferite del turista italiano, anche se ancora ben al di sotto di altri Paesi e, soprattutto, del suo enorme potenziale di attrazione turistica.

Le responsabilità di questo ritardo sono probabilmente dovute ad una storica mancanza di programmazione e incisività delle politiche promozionali pubbliche brasiliane in questa direzione, come anche a serie carenze infrastrutturali e a non secondari problemi legati alla sicurezza, in particolare nelle grandi metropoli.
Sono però convinto, e non si tratta soltanto di un’impressione personale, che il vero grande responsabile per il mancato ‘boom’ turistico del Brasile in Italia e nel mondo sia ancora e, nonostante tutto, lo stereotipo e il pregiudizio culturale con il quale questo Paese viene descritto all’estero, a partire dall’immagine che del Brasile danno i grandi organi di informazione.

Non faccio più caso, dopo oltre dieci anni di vita da queste parti, all’italiano che sbarca a Guarulhos o al Galeão e che – dopo qualche giorno di Brasile – dice innocentemente: “È molto diverso da quello che mi aspettavo”.
Primo tra tutti la qualità del ‘capitale umano’ brasiliano, in testa agli item di apprezzamento del Paese espressi dalla stragrande maggioranza dei turisti; ma anche la gastronomia, piacevolmente sorprendente per ricchezza e sapore; senza parlare della stessa ricchezza storico-culturale oltre che naturalistico-ambientale di quello che in realtà è un vero e proprio continente.

Ma, strano ma vero, sono anche queste dimensioni a sorprendere.

Mi sono ritrovato tra le mani qualche settimana fa una pubblicazione ufficiale del Ministero del Lavoro italiano, nella quale venivano presentati i progetti a favore degli italiani all’estero: anche la mappa dell’America Latina era distorta, con un Brasile proporzionalmente poco più grande dell’Argentina, più piccolo dell’Egitto… Sembrano banalità, ma non lo sono. Questo tipo di gaffe dimostra quanto meno la pressa pochezza e la superficialità con la quale spesso ci si relaziona a certi fenomeni, e – in primo luogo – alle politiche per gli italiani all’estero.

Quanti italiani sanno che i brasiliani sono quasi 190 milioni, dei quali almeno trenta hanno nelle loro vene il sangue di un antenato nato nella nostra penisola? Sicuramente pochi. Provate a fare un test, chiedendo ad un giovane italiano quali sono i tre o quattro Paesi dove si concentra il maggior numero di oriundi; vi risponderà, nell’ordine: Argentina, Stati Uniti, Australia e Canada, passando eventualmente per un riferimento dovuto, ma più scontato, a Svizzera e Germania.
Cosa c’entrano adesso le ferie  i agosto con la presenza degli italiani all’estero, i programmi del governo italiano con le vacanze sotto l’ombrellone di 60 milioni di italiani?

Il nesso potrà anche non essere immediato ma c’è, e il discorso potrebbe essere esteso ad altri piani, a quello dei rapporti commercialied economici ad esempio, ma anche agli scambi culturali ed accademici, e potremmo andareavanti in molte direzioni. Alla base di tutto, infatti, esiste il pericoloso virus del pregiudizio,dello stereotipo o cliché, tutte malattie che per anni hanno colpito proprio l’Italia, che solo il recente periodo di integrazioneeuropea ha emancipato dalla facile ed offensiva immagine di Paese ‘del mandolino edegli spaghetti’.

E’ per questo che proprio noi, italiani all’estero, dovremmo stare attenti alla riproposizione e all’applicazione di immagini stereotipate e culturalmente viziate verso i Paesi di nostra emigrazione, nella difesa di un principio ideale valido per noi italiani, ma a maggior ragioneper tutti i popoli del mondo.
Chissà che tanti dei nostri problemi non derivino proprio da questo ‘vizio d’origine’.

Per questi motivi l’informazione è importante, a partire da quella “di ritorno”, indirizzata cioè verso gli italiani d’Italia, nostri fratelli d’oltreoceano, troppospesso disinformati o – peggio –male informati.