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La “GRANDE GUERRA”

Cento anni fa si concludeva una guerra cruenta anche se vittoriosa per l’Italia. Quale insegnamento per i nostri giorni ?

Qualche settimana fa abbiamo ricordato il 4 novembre 1918, la vittoria italiana nella prima guerra mondiale, quella che passò alla storia come la “Grande Guerra”.

“Grande” non soltanto perchè fu il primo conflitto “mondiale” ma in ragione dell’altissimo numero di vittime, civili e militari; si stima che furono quasi 10 milioni i morti tra i soldati, dei quali almeno 650 mila italiani.   Pochi invece sanno che l’entrata in guerra dell’Italia causò una grandissima ripercussione anche tra i nostri emigrati all’estero, allora di prima o seconda generazione, e che furono oltre 300 mila i riservisti e volontari rientrati in Italia da tutto il mondo per arruolarsi nell’esercito.   Dodicimila dal Brasile, come ci ricorda lo storico dell’emigrazione Emilio Franzina nel suo bellissimo libro “Entre duas patrias. A Grande Guerra dos imigrantes italo-brasileiros 1914-1918”; una pagina di storia poco conosciuta, forse meno ancora della partecipazione brasiliana alla seconda guerra mondiale, questa volta con soldati brasiliani impegnati in Italia contro le truppe nazi-fasciste e a fianco della nostra resistenza e degli alleati (due emblematiche pagine di storia che ci convincono ancora di più dell’assoluta importanza di introdurre nelle scuole italiane lo studio della nostra emigrazione).

Se cento anni fa la guerra contribuì indirettamente alla costruzione di un forte sentimento di unità e identità nazionale in un Paese giovane e con meno di cinquant’anni di unità alle spalle, oggi questa ricorrenza può e deve servire come monito (non solo all’Italia) contro i pericoli di nuovi e più drammatici conflitti.  “Il nazionalismo portò alla guerra”, ci ha opportunamente ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, esortando l’Italia a continuare a credere e a lavorare per la costruzione di un’Europa sempre più unita e solidale.   Il rafforzarsi in tutto il mondo di partiti e movimenti nazionalisti, oggi chiamati “sovranisti”, rischia invece di condurci nella direzione opposta;  sempre più spesso si affermano sulla scena mondiale leader e governanti che fanno dell’odio e della xenofobia uno strumento di propaganda politica e ciò potrebbe riprodurre alcuni degli elementi che all’inizio del secolo scorso scatenarono il primo conflitto mondiale.   Gli analisti dell’epoca etichettarono come “marcia dei sonnambuli”  l’atteggiamento scellerato e incosciente dei governanti europei, inconsapevoli di camminare su uno stretto sentiero ed incapaci di fermarsi prima di cadere nel baratro.   Questa era l’Europa del 1913, apparentemente lontana da una guerra imminente ma profondamente segnata da alcuni focolai di crisi, primo tra tutti quello balcanico che si tradusse a Sarajevo con l’attentato all’arciduca austro-ungarico Francesco Ferdinando.

Anche il mondo del 2018 è segnato da diversi focolai di crisi, alcuni in regioni prossime al vecchio continente (la Siria, l’Ucraina, la Crimea…), altri  dentro e tra gli stessi paesi dell’Unione Europea, dove si acuiscono divisioni e ostilità che stanno gradualmente soppiantando i tanti mattoni che sono stati necessari alla faticosa costruzione dello straordinario progetto unitario e pacifico che era alla base dell’Unione Europea.

A noi, agli italiani in primo luogo (che di questo progetto vanno considerati a pieno titolo i padri fondatori) il dovere della saggezza e della lungimiranza, doti che provengono dalla profonda e non superficiale conoscenza della storia.   Di una storia che dobbiamo imparare a conoscere e ricordare se non vogliamo ripeterne i passi falsi e i tragici errori.

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