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Italia senza italiani ?

Perchè un’Italia sempre più vecchia avrebbe bisogno di “nuovi italiani”

“Prima gli italiani !”: tutti ricorderanno lo slogan con il quale la “Lega” ha condotto la sua ultima campagna elettorale.   Nata come “Lega Nord” negli anni ’90, con un iniziale carattere secessionista, adesso il partito del Ministro degli Interni Salvini si presenta come entità nazionale; i meridionali sono stati sostituiti dagli “immigrati”, mentre a “Roma ladrona” si preferisce la contrapposizione con Bruxelles, la capitale di un’Europa invadente e oppressiva.

Lo slogan “Prima gli italiani !” si inserisce in questo contesto; la paura dell’immigrato e la sfiducia sull’Europa sono divenuti gli elementi chiave di una capillare campagna mediatica che ha contribuito al buon risultato della “Lega” alle ultime elezioni nonchè al consolidamento di questo consenso a seguito della formazione del nuovo governo.

Se Europa e immigrati sono i nemici, chi sarebbero allora gli amici ?  Gli emigrati ? Il mondo ?  Il parallelismo sembrerebbe logico ma la realtà dei fatti è un’altra.   Per quanto riguarda gli emigrati, già in passato la “Lega” si era distinta per la sua posizione contraria al voto degli italiani all’estero.   E il recente “decreto-Salvini” su sicurezza e terrorismo conteneva, nella sua versione iniziale (successivamente modificata a causa delle tante proteste), una drastica misura a favore dei limiti generazionali alla trasmissione della cittadinanza ‘ius sanguinis’.    Nonostante il ritiro di questa norma, rimane la forte perplessità rispetto ad un atto di governo che considera emigrati ed immigrati un problema di ordine pubblico e non una questione di integrazione e crescita sociale ed economica.

Sì, perchè senza una lungimirante politica di inclusione dei 5 milioni di stranieri che vivono in Italia e dei 5 milioni di italiani che vivono nel mondo, il nostro Paese rischia nei prossimi anni di avvitarsi in una spirale demografica negativa e senza vie d’uscita.

E’ soprattutto per questo motivo che la contrapposizione, spesso più strumentale che oggettiva,  tra ‘ius soli’ e ‘ius sanguinis’ dovrebbe essere sostituita da un serio sforzo di integrazione di questo straordinario contingente di oltre 10 milioni di persone, il settore più giovane e dinamico della popolazione italiana.   L’immigrazione non dovrebbe più essere trattata come un problema del Ministero dell’Interno; allo stesso modo l’emigrazione dovrebbe essere considerata molto di più che una questione consolare, da affidare al Ministero degli Esteri.

Con il sociologo Riccardo Giumelli, autore del saggio “Lo sguardo italico”, dovremmo chiederci: “Qual è e quale sarà il ruolo dell’identità italiana in tempi di globalizzazione e cosmopolitismo? E’ giusto pensare che i cambiamenti in atto, il “passaggio d’epoca” che stiamo vivendo, possa portare a sostanziali modifiche di identità e di comportamento? Cosa significa essere italiano oggi?”  Sono queste le domande che la politica dovrebbe porsi,  superando la sterile domanda “Chi sono gli italiani ?” con un’altra, forse più pertinente: “Qual’è l’Italia che vogliamo ?”.   Sì, perchè, citando sempre Giumelli a proposito di ‘italicità’: “‘E’ necessario sfatare quel’ “abbiamo fatto l’Italia, adesso facciamo gli Italiani”, perché gli Italiani c’erano già, ciò che è mancato e continua a mancare è l’Italia”.  E’  l’Italia che deve decidere se e come investire sul proprio futuro, avendo il coraggio di puntare in primo luogo sul suo “Commonwealth” naturale (come lo definerebbe Bassetti) costituito dagli “italici” nel mondo.  Alle tabelle con numero di cittadini in attesa del riconoscimento della cittadinanza andrebbero affiancate quelle con l’indotto derivante dal “turismo di ritorno” come anche quelle sull’interscambio commerciale frutto della nostra presenza nel mondo.   Lo “ius sanguinis” diventerebbe così una nuova opportunità e non un problema, un vantaggio competitivo per un Paese povero di materie prime ma ricchissimo di storia, cultura e, soprattutto, di quel patrimonio inestimabile costituito dalle nostre collettività sparse in tutto il mondo.

Perchè, se è vero che l’italianità non può ridursi ad un passaporto, sarebbe altrettanto  errato privarla di questo straordinario strumento di soft-power costituito dalla possibilità di trasmetterla con lo ‘ius sanguinis’ alle generazioni future, perpetuando ed diffondendo i nostri valori e la nostra cultura, attraverso una integrazione ibrida e feconda con i Paesi di accoglienza.

Va da sè che soltanto un maggior investimento su lingua, cultura, informazione e partecipazione da un lato insieme ad una convinta consapevolezza dei propri doveri e del profondo valore della cittadinanza dall’altro, potranno ridare senso e prospettiva ad un diritto che oggi appare più richiesto che esercitato.

 

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