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Anche l’amore e la politica non hanno retto all’impatto della cosiddetta “rivoluzione tecnologica”

Il barone rampante

Qualche settimana fa sono rimasto sorpreso (positivamente) dalla lettera inviata da un politico italiano ad uno dei maggiori quotidiani nazionali; nella lettera il politico si rivolge al giornale nella forma di un “epistolario pubblico”, un documento cioè rivolto allo stesso tempo ad una persona e a tutti, nel tentativo di aprire un dibattito, suscitare una discussione.

Sono rimasto ore con quella lettera in mano, leggendola e rileggendola, colpito da una frase che mi ha ispirato la breve riflessione che segue: “Oggi l’umanitá riesce a comunicare in forme inedite, sacrificando però alla quantità e alla rapidità la possibilità di strutturare pensieri lunghi nella relazione tra le persone: di più ma meno, si potrebbe dire”.   Di più ma meno, ecco il punto.   Siamo la societá del più: piú informazioni, più comunicazione, più rapidità nel collegarsi, più strumenti di interconnessione, più notizie…

Ma al tempo stesso stiamo diventando la società del meno: meno riflessione, meno comprensione, meno tolleranza, meno pazienza, meno tempo per parlarsi.   Cosa sta succedendo?   Perché siamo tutti diventati cosí improvvisamente e apparentemente ansiosi e ossessionati dalle mille possibilità della comunicazione (cellulari, internet, messenger, skipe, palmtop…) e allo stesso tempo distanti da una reale capacità di interazione con gli altri?   Il rischio della superficialità sotteso a questa ‘deriva comunicativa’ interessa ambiti apparentemente lontani e diversi tra loro, dalle relazioni affettive all’impegno politico, per esempio.   L’amore ‘via internet’ è ormai diventato una delle tante tipologie, se non una delle più importanti, della manifestazione e dello scambio di sentimenti di carattere affettivo-sessuale tra le persone.   Si preferisce la cosiddetta “realtà virtuale”, magari andando incontro a cocenti delusioni se non a rischi più gravi, al contatto diretto tra uomini e donne.   Anche la politica, come del resto tutte le altre forme di relazionamento sociale organizzato, è stata contaminata dal virus dell’ipercomunicazione, spesso virtuale.

Le vecchie (molte volte noiose) riunioni e assemblee vengono con frequenza sempre maggiore sostituite da interminabili scambi di pseudo-opinioni, invettive e decisioni attraverso le e-mails, quando non da chat-line (bate-papo, diremmo qui in Brasile) di gruppi tematici.   Chi non mi conosce penserà che chi scrive è un over ’60, restio a cedere all’avanzare delle nuove tecnologie; niente di tutto ciò: sono un quarantenne quasi ‘viziato’ in internet e cellulari, cliente fisso di poste elettroniche e detentore di numerosi indirizzi digitali…   Ma è proprio da questo che parte la mia riflessione, dall’essere un utente in prima persona di tali servizi, dei quali ovviamente vedo benissimo il grande potenziale positivo in termini di comunicazione globale, soprattutto vivendo a cavallo tra due continenti e mantenendo (per motivi di lavoro oltre che familiari) relazioni continue proprio grazie a questa rivoluzione tecnologica.

Tecnologia che non mi impedisce, e mai mi impedirà, di rinunciare al sogno di un mondo dove le relazioni interpersonali dirette valgano più delle comunicazioni telematiche, dove l’amore e la politica siano davvero la rappresentazione più alta e nobile del volersi bene, sia nella dimensione
personale che in quella sociale.

Un libro, letto quando ero un ragazzo, mi ha insegnato che nella vita bisogna saper sognare e che il sogno più bello è quello di trasformare la vita delle persone aiutandole a risolvere insieme i problemi che si trovano ad affrontare ogni giorno; questo libro era il “Barone Rampante” dello scrittore italiano Italo Calvino, e l’episodio del libro al quale mi riferisco è “l’incendio del bosco”. Il libro racconta l’incredibile avventura di un ragazzo che un giorno decide di ribellarsi alle rigide regole di una famiglia tradizionale decidendo di andare a vivere su un albero; l’episodio dell’incendio è straordinario quando ci descrive, da un fatto casuale e dirompente, la nascita del sentimento di solidarietà tra la gente e la naturale capacità di “leadership” (si direbbe oggi) del giovane Cosimo, il protagonista
della storia.

Oggi forse avremmo bisogno di qualche laptop in meno e di qualche “Barone Rampante” in più. Che ne dite?